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ما الهايكو بالنسبة لي / Cosa è per me lo haiku

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Dennys Cambarau-Italia

 

Cosa è per me lo haiku

ما الهايكو بالنسبة لي









هايكو العالم: 16 دجنبر 2025


 توصلت المنصة بمقال من الهايجن الإيطالي: دينيس كامبارو.

تأمل موجز وواضح في الهايكو، يُنظر إليه لا بوصفه شكلاً ثابتًا، بل شعريةً للصمت، وللقليل، وللعلاقة بين الصور، منفتحة على تنوّع اللغات والأمكنة وتعدّد الرؤى.

Une réflexion claire et personnelle sur le haïku, pensé au-delà de la forme fixe, comme une poétique du silence, du peu et de la relation entre images, ouverte à la diversité des langues, des lieux et des regards.

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È passato molto tempo da quando mia madre mi regalò un libro del quale ancora non sapevo che avrebbe cambiato per sempre la mia vita: una piccola, semplice e bella raccolta di poesie haiku. Era il lontano 1997, quando cioè fui un giovane studente universitario in Giurisprudenza. Ricordo che per me fu amore a prima vista: io che da sempre ho amato e ammirato il Giappone per la sua ricca cultura e tradizione, ora tenevo tra le mani quell’oggetto per me decisamente prezioso: un condensato di immagini ed emozioni, uno spiraglio verso quel luogo lontano in cui avrei voluto vivere. Ma cosa è uno haiku? Tutti noi sappiamo che lo haiku trova le sue radici nel periodo Edo del Giappone (1603-1867), sebbene le sue origini si facciano risalire a certe forme di poesia precedenti, come la renga e la tanka, e, oltremodo, sappiamo pure che il poeta (haijin) Matsuo Munefusa Kinsaku, in arte “Bashō” (1644-1694) è colui che ha elevato tale genere a forma d’arte letteraria, mentre è al più recente Masaoka “Shiki” (1867-1902) che dobbiamo tale nome per questo genere poetico. Altri autorevoli autori[1], è bene dirlo, si sono posti la stessa domanda, e lo hanno fatto in modo sorprendente, chi usando delle metafore e chi trascrivendo delle semplici riflessioni, sempre e comunque, a parer mio, secondo una certa tradizione occidentale, in modo esuberante e con un certo senso di ampollosità. E lo haiku, componimento di appena tre versi, non merita questo, anzi…  Spesso si afferma che tale genere poetico debba essere il più sintetico possibile, dicendo sì poco, ma sottintendendo molto: che cioè si debba aprire a “ventaglio”, e per farlo si avvale di un concetto cardine, che è quello del “MA”[2]: il vuoto, la pausa, il non detto che amplifica e suggestiona. 


Quattro sono gli elementi che caratterizzano lo haiku: la forma del 5/7/5; il kigo[3], ovvero una parola della stagione di riferimento che gli dà una collocazione temporale; il kireji, ovvero “carattere che taglia”; e, infine, il toriawase, importantissimo, che può essere di due tipi (torihayasi e nibutsu shōgeki). Nato in Giappone, e della cultura giapponese fortemente intriso, come è stato accennato, questo tipo di componimento, per la sua bellezza e la sua (apparente) semplicità, ha trovato rapida diffusione in tutto il mondo, ora recependo, altre volte rifiutando, la sua struttura. Per quanto riguarda il 5/7/5, vediamo che infatti, per alcune incongruità e peculiarità tra una lingua e l’altra, spesso la sillabazione non viene rispettata: si pensi, per esempio al fatto che le altre lingue, per esempio inglese o quella italiana (quella che parlo io, per intenderci), per il loro alfabeto in caratteri latini, ma anche per il tipo di fonetica, sono ben diverse da quella giapponese caratterizzata dai pittogrammi. Prendiamo un kigo tipico dell’autunno per specificare il concetto, come per esempio “luna”, che in giapponese è costituita da un solo pittogramma od “on”, (tsuki), mentre in inglese è moon (una sillaba) e in italiano luna (lu-na, due sillabe)… Si capisce quindi che la sillabazione non torna, rendendo difficile, se non a volte impossibile, tradurre lo stesso pensiero poetico da una lingua all’altra se non “sforando” dalla rigida computazione sillabica. 


Per questo motivo, nella tradizione occidentale si sono prese delle misure che tendessero sì a preservare la struttura tipica dell’haiku giapponese, ma apportando delle modifiche o garantendo una certa elasticità. 

Nella lingua che parlo io, come detto, quella italiana, si è deciso di mantenere tale struttura del 5/7/5, dando però la possibilità di poter scegliere tra la semplice computazione ortografica o quella della poesia metrica, con le sue regole e la sua struttura sedimentatesi nel tempo, permettendo così una maggiore, come detto, elasticità nei componimenti. Ma i problemi non finiscono qui, perché, come vediamo adesso, questi si presentano anche per alcuni riferimenti stagionali: non sempre sono gli stessi, e non sempre sono così lineari. Ritornando all’esempio del kigo “luna”, ben sappiamo che questa, visibile ovunque, sia la stessa per tutti i popoli della terra, ma che dire di altri lemmi, come per esempio quello di “arcobaleno”, “pioggia estiva”, “monsoni”, etc? Certe specie di animali o insetti, poi, sono indigene, legate cioè al loro territorio; certi fenomeni atmosferici non sempre sono frutto delle piogge che cadono specificamente in primavera, mentre la stagione dei monsoni, riguarda solo ed esclusivamente altri luoghi della terra, come l’India, e non altri. È soprattutto per questo motivo che anche qui si è deciso di adottare delle piccole variazioni che tendessero a considerare non solo il tempo, ma anche lo spazio in cui il componimento è scritto, portando in questo modo diversi luoghi della terra ad adottare un proprio Saijiki. 


Sul kireji, invece, non sembrano esservi troppi problemi, visto che la cesura in senso sintattico, sia in una lingua che nell’altra, possono essere garantiti da una pausa. Se in italiano, così come in altre lingue, vengono usati i segni di interpunzione, quali la virgola”,”, il punto”.”, il punto esclamativo”!” i due punti”:” e il punto interrogativo”?” (ma anche il semplice trattino “-”, in giapponese, invece, viene resa usando particelle agglutinanti, come YA, KANA, etc… Come dire, un componimento, quello dello haiku, che trascende comunque la forma, tanto da essere sostanza, come vedremo adesso nel parlare e trattare del Toriawase. Il toriawase, è bene ribadirlo, è per tutti uguale, in tutte le lingue del mondo, sebbene anche qui ci siano peculiarità dovute talvolta all’assenza del kireji nei componimenti: è il caso dell’ichibutsujitate, che letteralmente significa “fatto di una sola cosa”: un unico concetto, un’unica immagine, un solo elemento. Nello specifico possiamo dire che il toriawase è strettamente legato al kireji: è infatti in sua presenza che possiamo avere un ribaltamento semantico tra i due emistichi o quadretti di immagini che si vengono a creare. In questo modo, un emistichio, detto emistichio superiore, avrà una immagine, e l’altro emistichio, detto emistichio inferiore, ne avrà un’altra… Come accennato, esistono due tipi di toriawase: il torihayasi, quando le immagini create e presenti nel componimento sono armoniose e si sostengono a vicenda; il nibutsu shōgeki, quando invece le immagini dei due emistichi entrano in contrasto tra di loro. 


Ecco, dunque, nella forma, ciò che è uno haiku… ma per me? Possiamo ora, giunti in questo luogo, dare una risposta… Questo breve componimento, questo semplice e al contempo complesso distillato di cultura è una poesia che per me sublima la sintesi del Tutto. Ogni cosa può esser detta, ma anche intesa, con uno haiku, ogni cosa… Perché lo haiku non parla con la forma dei versi, ma con la sua sostanza: la brevità, il non detto ma sottinteso, che, come la coda di un pavone, si apre a ventaglio. Lo haiku, la poesia, è vita e tanto ne è intrisa l’anima dell’Uomo. Vorrei qui comunque, aggiungere un dettaglio. Sebbene spesso lo haiku non si avvalga delle metafore esplicite, ma solo implicite, vorrei dire e affermare che diversi sono gli occhi di chi guarda, e diversi sono i giardini che vengono osservati: se esiste un giardino “giapponese” (che, come è noto sono di molti tipi[4]), ne esiste anche uno anche “all’italiana”, o “all’inglese”, o” alla francese”… Questo per dire che non è solo il soggetto che osserva, nell’atto di percepire, a essere differente, ma anche l’oggetto. È questo che rende così bella la vita: la diversità appunto cosmica, che però ha lo stesso seme, sia nelle diverse cose che in poesia: Sta allo haijin capire questo: essere, prima di sembrare, imitando la vita nell’arte o l’arte nella vita. Grazie!

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ما هو الهايكو بالنسبة إليّ

 

دينيس كامبارو-إيطاليا

 

منذ زمن بعيد، أهدتني والدتي كتابًا لم أكن أعلم أنه سيغيّر حياتي إلى الأبد: مجموعة صغيرة وبسيطة وجميلة من قصائد الهايكو. كان ذلك عام 1997، حين كنت طالبًا جامعيًا في كلية الحقوق. أتذكر أنه كان حبًا من النظرة الأولى. أنا الذي لطالما أحببت اليابان وأعجبت بثقافتها العريقة، وجدت بين يديّ شيئًا ثمينًا: تكثيفًا للصور والمشاعر، ونافذة مفتوحة على مكان بعيد تمنّيت العيش فيه.

لكن ما هو الهايكو؟


نعلم جميعًا أن جذوره تعود إلى فترة إيدو في اليابان (1603–1867)، رغم أن أصوله تمتد إلى أشكال شعرية أقدم مثل الرِنغا والتانكا. كما نعلم أن الشاعر ماتسوو باشو (1644–1694) هو من رفع هذا الجنس إلى مرتبة الفن الأدبي، بينما يعود الفضل إلى ماساوكا شيكي (1867–1902) في تسميته "هايكو".

كثير من الكتّاب الغربيين حاولوا الإجابة عن هذا السؤال، لكن غالبًا بأسلوب مفرط في البلاغة. غير أن الهايكو، وهو قصيدة من ثلاثة أسطر فقط، لا يحتمل هذا الإسهاب.

يُقال إن الهايكو يجب أن يكون في غاية التكثيف: يقول القليل ويُلمّح إلى الكثير، وينفتح «كمروحة». وهنا يأتي مفهوم ( الما) الفراغ، الوقفة، ما لم يُقل، وهو ما يضاعف الإيحاء.

يرتكز الهايكو على أربعة عناصر:
بنية 5 / 7 / 5
الكيغو، أي كلمة الفصل
الكيرِجي، أداة القطع
وأخيرًا التوري اواسي، وهو جوهري، وله نوعان: التناغمي ( تورِيهاياشي) والتضادي ( نيبوتسو شوغيكي).


وبسبب اختلاف اللغات والثقافات، لم يكن من السهل الحفاظ على هذه البنية خارج اليابان. فالسِّلل الصوتية اليابانية (on) تختلف جذريًا عن المقاطع في اللغات اللاتينية. كلمة «قمر» مثلًا هي مقطع واحد في اليابانية، بينما تتعدد مقاطعها في لغات أخرى.

لهذا، تبنّت التقاليد الغربية مرونة شكلية تحافظ على روح الهايكو دون التقيد الحرفي ببنيته. الأمر نفسه ينطبق على كلمات الفصل، إذ تختلف الفصول والمناخات والظواهر الطبيعية من مكان إلى آخر، مما أدى إلى ظهور «ساييجيكي» محلية.

أما الكيرجي، فيمكن تعويضه بالوقفة أو بعلامات الترقيم، بينما في اليابانية يُستعمل عبر جسيمات لغوية خاصة.

الهايكو، في جوهره، يتجاوز الشكل ليصبح معنى متجسدًا. ويتجلّى هذا في التوري واسي، القائم على تفاعل صورتين، إما بتناغم أو بتوتر دلالي.


لكن ماذا يعني الهايكو بالنسبة لي؟


بالنسبة لي، هو قصيدة تختزل الكلّ. كل شيء يمكن قوله — وفهمه — عبر هايكو. لأنه لا يتحدث بالشكل، بل بالجوهر: بالإيجاز، وبما يُلمّح إليه دون تصريح، فينفتح المعنى كما تنفتح ذيل الطاووس.

الهايكو هو الحياة نفسها، مشبعة بروح الإنسان.


وأضيف أخيرًا: ليست العيون واحدة، ولا الحدائق واحدة. فكما يوجد باغ ياباني، توجد حدائق إيطالية أو فرنسية أو إنجليزية. يختلف الناظر ويختلف المنظور إليه.

في هذا التنوع الكوني، المنبثق من بذرة واحدة، تكمن جماليات الحياة والشعر. وعلى الهايجن أن يدرك ذلك: أن يكون قبل أن يبدو، وأن يحاكي الحياة في الفن، أو الفن في الحياة.


[1] "Un haiku è un dito che punta alla luna." - R. H. Blyth; "L'haiku è una goccia di rugiada che riflette l'universo." - Yukio Mishima; "Un buon haiku è come un sasso gettato in uno stagno silenzioso; le sue increspature si espandono all'infinito." - Donald Keene; "Un haiku è un piccolo universo in tre versi." - Jack Kerouac.

[2] Il "Ma" () è un concetto fondamentale nella cultura giapponese che si traduce approssimativamente come "spazio vuoto", "pausa", "intervallo" o "silenzio". Tuttavia, il suo significato va ben oltre la semplice definizione lessicale. Rappresenta una sorta di vuoto fertile, un'interruzione carica di potenzialità, che permette agli elementi di respirare e di entrare in relazione tra loro.

[3] Ovvero, letteralmente, “parola della stagione”. Lo haiku, soprattutto classico, per essere tale, ha bisogno di un riferimento stagionale. Esistono antologie, i Saijiki, che contengono, appunto, tutte le parole necessarie per scrivere dei buoni componimenti.

[4] Giardini secchi (karesansui); giardini di paesaggio (tsukiyama); giardini del tè (roji); giardini di passeggio (kaiyushiki); giardini di cortile (tsuboniwa); giardini zen; giardini di fiori; etc…

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